Il trattamento

  • Il trattamento dei tumori in gravidanza è un argomento complesso.
    Non esistono delle linee guida universalmente accettate. Per ogni donna è necessario considerare numerosi fattori: il tipo di neoplasia, la sua estensione, le condizioni materne, l’epoca gestazionale.
    Le decisioni terapeutiche andranno sempre condivise da diversi specialisti, coinvolgendo in prima persona la madre e il padre.
    La terapia deve avere due caratteristiche principali: deve essere la più efficace disponibile, il più simile possibile al trattamento standard fuori gravidanza, e deve preservare il feto dagli effetti collaterali della terapia, a breve e lungo termine.

    Prima degli anni 60 veniva consigliata l’interruzione di gravidanza allo scopo di facilitare le terapie.
    Alla luce delle nuove conoscenze e dei notevoli progressi in campo oncologico, oggi è invece considerato possibile curare la patologia neoplastica portando a termine la gravidanza, senza peggiorare la prognosi materna e senza compromettere la salute del neonato.

    Qui di seguito sono riportate alcune informazioni generali. E’ tuttavia necessario sapere che i rischi specifici andranno valutati singolarmente, donna per donna, personalizzando il trattamento.

    La chirurgia : 
    Il trattamento chirurgico è possibile in tutte le epoche gestazionali.
    E’ assolutamente necessario un monitoraggio intensivo sia durante sia dopo l’atto chirurgico.
    Il rischio di eventi avversi della gravidanza non sembra aumentato nelle pazienti sottoposte a procedure chirurgiche ed anestesiologiche. Gli eventi sfavorevoli sono piuttosto legati al peggioramennto della patologia in atto e/o alle complicanze delle procedure.
    Tali rischi si riducono quando la chirurgia in gravidanza viene effettuata tempestivamente, da parte di chirurghi ed anestesisti esperti.

    La radioterapia : 
    La radioterapia in gravidanza è da limitare a casi strettamente selezionati. 
    I fattori critici sono la dose al feto, l’estensione del campo da irradiare, che deve essere sufficientemente lontano dall’utero gravidico, e l’epoca gestazionale (non indicata nel III trimestre).

    La chemioterapia : 
    La somministrazione di molti farmaci chemioterapici è considerata sicura nel II e III trimestre di gestazione.
    La placenta agisce da barriera, proteggendo il feto da un numero considerevole di chemioterapici e giocando un ruolo chiave nella sicurezza della somministrazione di questi farmaci.

    I rischi fetali dipendono dal periodo di esposizione e dal tipo di chemioterapia.
    A riguardo la gravidanza può essere suddivisa in 3 fasi: impianto, organogenesi e fase fetale.
    L’impianto comprende il periodo che va dal concepimento ai primi 10 giorni di gestazione; le cellule totipotenti, coinvolte in questa fase, sottostanno al fenomeno del “tutto o nulla”, ovvero quando un numero elevato di cellule viene danneggiato, si va incontro ad aborto spontaneo,  in caso contrario la gravidanza avrà decorso regolare senza complicanze.

    L’organogenesi comprende il periodo che va dal 10° giorno all’ 8a settimana. Questa fase è quella caratterizzata da massima vulnerabilità.  Gli organi più delicati sono il cuore, il sistema nervoso centrale, gli arti, il palato e l’organo dell’udito.  Il danno dipende dal numero e dal tipo di agenti chemioterapici utilizzati, con un’incidenza di malformazioni  maggiori compresa fra il 10 e il 20%.
    La fase fetale comprende il periodo che va dall’8a settimana fino al termine della gravidanza:
    in questa fase la chemioterapia non aumenta il rischio malformativo, è aumentato piuttosto il rischio di iposviluppo fetale, parto prematuro, patologia ipertensiva della gravidanza (preeclampsia), problematiche ematologiche e infettive del neonato e della madre.

    Risulta quindi consigliabile: iniziare la chemioterapia dopo la 14a settimana;  posticipare il parto di 3-4 settimane dall’ultimo ciclo di chemioterapia, per ridurre le complicanze ematologiche ed infettive legate alla tossicità del trattamento ed infine non somministrare farmaci chemioterapici dopo la 35ª settimana.

    Gli effetti a breve termine derivanti dall’esposizione prenatale a chemio/radioterapia sono legati ad iposviluppo fetale e alla nascita pretermine. Non è stato dimostrato un incremento significativo di malformazioni congenite successivo alla terapia eseguita durante il II e III trimestre.

    In letteratura esistono poche informazioni sugli effetti a lungo termine secondari a esposizione a chemio/radioterapia in utero. 
    Nel passato sono stati condotti alcuni studi volti ad indagare i possibili effetti sullo sviluppo psichico e neurologico del bambino, sulla fertilità e sulle neoplasie secondarie nell’età pediatrica e adolescenziale. I dati a disposizione non sembrano mostrare un peggioramento rispetto alla popolazione pediatrica generale.

    Per chiarire questi aspetti il Nostro Centro partecipa ad uno studio europeo, attivo dal 2005, in cui i bambini nati da madri chemio- o radiotrattate in gravidanza vengono sottoposti ad uno stretto follow-up, dalla nascita sino ai 18 anni.
    I dati parziali sono rassicuranti, occorrerà attendere alcuni anni per i dati conclusivi.

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